Bias nelle perizie psicologiche forensi: come riconoscerli e ridurli

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Immagina di dover valutare la credibilità di una testimonianza in un caso di presunto abuso su minore. Hai già letto il fascicolo, parlato con gli avvocati, esaminato la documentazione medica. Sei convinta di essere obiettiva. Eppure, senza rendertene conto, potresti già essere influenzata da informazioni irrilevanti che hanno plasmato le tue aspettative. Questo fenomeno ha un nome: bias cognitivo. E riguarda tutti noi, indipendentemente dalla nostra esperienza professionale.

Cosa sono i bias e perché dovrebbero preoccupare

Il bias cognitivo non è un difetto personale, ma una caratteristica universale del funzionamento della mente umana. È quello che gli scienziati chiamano una “conditio humana” — radicato nei meccanismi fondamentali con cui il nostro cervello elabora le informazioni.

In termini semplici, il bias è la tendenza a percepire e interpretare le informazioni in modo coerente con le nostre credenze preesistenti, spesso senza esserne consapevoli. È un sistema che ci permette di prendere decisioni rapide nella vita quotidiana, ma che può diventare problematico quando siamo chiamati a formulare giudizi imparziali.

Nel contesto forense, dove le conseguenze di una valutazione possono determinare l’affidamento di un minore, la libertà di un imputato o il risarcimento di un danno psicologico, l’impatto dei bias assume una rilevanza critica.

Numeri che fanno riflettere

La ricerca scientifica offre dati che dovrebbero far riflettere ogni professionista:

  • Oltre l’80% degli studi sulla valutazione psicologica forense ha trovato evidenze di bias negli esperti
  • Il 70% dei periti riconosce che il bias è un problema serio nella pratica forense
  • Ma solo il 25% ammette che potrebbe influenzare il proprio lavoro

Questa discrepanza è chiamata “punto cieco del bias” (bias blind spot): la tendenza a riconoscere i pregiudizi negli altri ma non in sé stessi. È un fenomeno particolarmente insidioso perché ci impedisce di adottare le strategie correttive necessarie.

Perché le perizie psicologiche sono particolarmente vulnerabili

Non tutte le discipline sono ugualmente esposte al rischio di bias. La valutazione psicologica forense presenta caratteristiche che la rendono particolarmente vulnerabile:

  • Il comportamento umano è complesso. A differenza di fenomeni fisici misurabili, le competenze genitoriali, la credibilità di una dichiarazione o il rischio di recidiva non sono facilmente quantificabili con regole univoche.
  • La standardizzazione è limitata. Sebbene esistano linee guida e strumenti validati, mancano spesso procedure specifiche per integrare i dati raccolti in una conclusione finale. Questo lascia spazio all’interpretazione soggettiva.
  • Il feedback è raro. Come periti, raramente riceviamo un riscontro sulla correttezza delle nostre valutazioni. In molti casi, non è nemmeno possibile: come sapere con certezza se una testimonianza era vera, o se una persona avrebbe effettivamente recidivato?
  • La “verità” è spesso inaccessibile. Non possiamo stabilire con certezza lo stato mentale di una persona al momento del reato, né prevedere con esattezza il comportamento futuro.

I bias più comuni nella pratica forense

Tra le oltre 180 forme di bias documentate dalla ricerca, alcune sono particolarmente rilevanti per chi lavora in ambito forense:

  • Bias di conferma. La tendenza a cercare, interpretare e ricordare le informazioni che confermano le nostre ipotesi iniziali, ignorando o sminuendo quelle contrarie. Esempio pratico: Dopo aver letto nel fascicolo che un genitore ha precedenti per violenza domestica, potresti inconsapevolmente attribuire maggior peso agli elementi che confermano l’inadeguatezza genitoriale.
  • Effetto ancoraggio. La tendenza a fare riferimento a un’informazione iniziale (“ancora”) nel formulare giudizi successivi. Esempio pratico: Se la richiesta del PM suggerisce una pena di 8 anni, la tua valutazione del rischio potrebbe essere inconsapevolmente influenzata da questa cifra.
  • Bias di alleanza (adversarial allegiance). La tendenza, nei sistemi legali accusatori, a formulare valutazioni coerenti con la parte che ha conferito l’incarico. Esempio pratico: Studi hanno dimostrato che esperti retribuiti dall’accusa tendono a stimare rischi di recidiva più elevati rispetto a colleghi retribuiti dalla difesa, pur utilizzando gli stessi strumenti standardizzati.
  • Bias del senno di poi (hindsight bias). La tendenza, dopo aver conosciuto un esito, a credere che fosse prevedibile fin dall’inizio. Esempio pratico: Nel valutare se un comportamento violento fosse prevedibile, sapere già che il reato è avvenuto può portare a sovrastimare i “segnali d’allarme” che erano disponibili prima dei fatti.

Cinque strategie concrete per ridurre il bias nelle perizie

La ricerca recente — in particolare un articolo pubblicato da ricercatori delle Università di Mainz, Berlino e Bonn — propone cinque strategie pratiche che ogni psicologo forense può implementare:

  • Riconoscere che si è vulnerabile al bias. Paradossalmente, sapere di essere a rischio non elimina il bias, ma aumenta la motivazione a implementare strategie correttive più elaborate. La consapevolezza è il primo passo.
  • Documentare tutto in modo trasparente. Una documentazione rigorosa non previene completamente il bias, ma permette di identificare eventuali lacune o incongruenze che potrebbero derivare da credenze non valide.
  • Integrare strumenti standardizzati. Gli studi dimostrano che l’uso di strumenti standardizzati riduce significativamente l’impatto del bias. In una ricerca sulla valutazione del rischio sessuale, quando i periti utilizzavano strumenti altamente strutturati, il bias di alleanza si manifestava in 1 caso su 4. Con procedure meno standardizzate, in 3 casi su 4.
  • Praticare una buona “igiene informativa”. Le informazioni irrilevanti contenute nei fascicoli possono creare credenze non valide che influenzano l’intero processo valutativo. E una volta elaborata un’informazione, è quasi impossibile ignorarla — anche quando sappiamo che dovremmo.
  • Sfidare sistematicamente le proprie ipotesi. L’approccio delle “ipotesi alternative” è una delle strategie più efficaci per contrastare il bias di conferma. Consiste nel formulare esplicitamente ipotesi alternative e cercare attivamente le prove che le supportano.

Conclusioni

I bias cognitivi sono una caratteristica del funzionamento della mente umana. Nessuna strategia può eliminarli completamente. Riconoscerne l’esistenza e implementare procedure concrete per ridurne l’impatto è una responsabilità etica di ogni professionista che opera nel contesto forense. Le conseguenze delle nostre valutazioni — sull’affidamento di un minore, sulla libertà di una persona, sulla comprensione di un trauma — sono troppo importanti per lasciarle al caso delle nostre trappole cognitive.

Questo articolo si basa principalmente su: Oberlader, V., Quinten, L., Schmidt, A.F., & Banse, R. (2024). How can I reduce bias in my work? Discussing debiasing strategies for forensic psychological assessments. Preprint. Universities of Mainz, Berlin, and Bonn.

Se desideri approfondire il tema dei bias nelle perizie psicologiche o hai bisogno di una consulenza specializzata in psicologia forense, contattami per fissare un appuntamento.

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