Dal sintomo alla storia personale: cosa facciamo davvero in terapia?

Hai provato a ignorarlo. Hai provato a “ragionare su di esso”. Forse hai anche cercato su Google “come smettere di avere attacchi di panico” o “perché mi sento sempre inadeguato”. Eppure il sintomo è ancora lì.
Cosa succede davvero quando si entra in terapia? Non si toglie il sintomo come si estrae un dente. Si fa qualcosa di più profondo — e, in un certo senso, di più rispettoso verso di te: si va a cercare la storia personale che quel sintomo racconta.
Il sintomo non è il nemico
La prima cosa che cambia quando si inizia un percorso psicologico è il modo in cui si guarda al proprio problema.
Nella vita quotidiana siamo abituati a pensare al sintomo come a qualcosa da combattere: l’ansia da eliminare, la tristezza da cacciare, il pensiero ossessivo da fermare. È comprensibile — chi vuole stare male?
Ma nella prospettiva con cui lavoro, il sintomo non è un errore di funzionamento: è un segnale. È il modo in cui una parte di te, spesso quella più antica e profonda, ti sta dicendo che qualcosa nel tuo modo di stare al mondo è diventato troppo stretto.
Prova a immaginarlo così: sei cresciuto imparando che per essere amato devi essere sempre perfetto. Con il tempo, quella convinzione si è trasformata in un modo di vedere te stesso, gli altri, le situazioni. Funzionava — fino a quando qualcosa (un fallimento, una relazione, una perdita) ha scosso quella certezza. Il sintomo — il blocco, l’ansia, la crisi — è il momento in cui
quella storia personale non riesce più a reggere il peso del cambiamento.
Io che sento ed Io che guarda: due livelli di esperienza
Per capire cosa accade in terapia, è utile conoscere una distinzione semplice ma potente che viene dalla psicologia cognitivo costruttivista: l’Io e il Me.
- L’Io è la parte di te che vive, sente, agisce nel momento presente — l’emozione che sale quando litighi con qualcuno, la stretta allo stomaco prima di una presentazione, il senso divuoto dopo una serata.
- Il Me è la parte che osserva, riflette, dà un significato a quello che l’Io ha vissuto — “sono fatto così”, “mi succede sempre”, “è colpa mia”.
Nella vita di tutti i giorni questi due livelli dialogano continuamente, e da questo dialogo nasce quello che Guidano chiamava il significato personale: il modo unico e irripetibile con cui ognuno di noi costruisce la propria storia.
Quando stiamo bene, Io e Me collaborano: le emozioni informano, la riflessione integra, la storia si arricchisce. Quando qualcosa si inceppa — quando il Me non riesce più a dare senso a quello che l’Io sente — emerge il sintomo.
In terapia si lavora esattamente su questo spazio: si impara ad ascoltare l’Io (cosa sento davvero?) e si allarga la capacità del Me di accogliere quell’esperienza senza irrigidirsi, senza negarla, senza trasformarla in qualcosa di minaccioso.
Come si costruisce (e si ricostruisce) una storia personale
Ognuno di noi, fin dai primissimi anni di vita, impara a conoscere sé stesso attraverso le relazioni. Come ci teneva in braccio chi ci accudiva, come rispondeva alle nostre emozioni, se c’era qualcuno a raccogliere le nostre paure o i nostri entusiasmi.
Da queste esperienze precocissime emerge quello che potremmo chiamare il nucleo del Sé: un insieme di aspettative, di tonalità emotive, di modi di stare in relazione che diventano la nostra “firma interiore”. Non ci pensiamo consapevolmente — funzionano come le fondamenta di una casa: non le vediamo, ma reggono tutto.
La psicoterapia cognitivo costruttivista lavora proprio qui: non per demolire quelle fondamenta, ma per renderle visibili. Perché quando riusciamo a vedere come è fatta la nostra storia personale, smettono di dettarci i comportamenti in modo automatico. Recuperiamo una certa libertà.
Nei colloqui si ripercorrono episodi di vita — apparentemente banali o molto carichi — non per “rielaborarli” nell’accezione popolare del termine, ma per rintracciare il filo che li collega. Quel filo è il tuo significato personale: il modo in cui hai imparato a essere te stesso.
Cosa succede concretamente in seduta
Molte persone arrivano al primo colloquio con l’idea che lo psicologo “analizzi”, “giudichi” o dia consigli. Non è esattamente così.
Il primo incontro è soprattutto un’occasione per raccontarsi e per essere ascoltati in un modo diverso. Non il racconto che hai già ripetuto mille volte a te stesso (“sono ansioso per colpa del lavoro”) ma un racconto più aperto, a maglie larghe, che lascia spazio all’inaspettato.
Nel corso delle sedute successive il lavoro diventa più specifico:
- Si esplorano situazioni concrete della vita quotidiana — come hai reagito, cosa hai sentito nel corpo, cosa hai pensato subito dopo.
- Si cercano i pattern ricorrenti: le situazioni in cui ti ritrovi sempre con la stessa emozione, le relazioni in cui si ripete lo stesso copione.
- Si costruisce una narrazione più ampia: come quel modo di stare al mondo è nato, come si è mantenuto, perché oggi non basta più.
- Si lavora per ampliare le possibilità: non per diventare “qualcun altro”, ma per avere più versioni di te stesso disponibili.
Non è un processo lineare. Ci sono sedute in cui tutto sembra chiaro e sedute in cui ci si sente più confusi di prima. Anche quella confusione fa parte del cambiamento.
Il cambiamento: non diventare un’altra persona
Una delle domande che le persone si fanno più spesso, e che raramente dicono ad alta voce, è: “Se cambio in terapia, sarò ancora io?” È una domanda bellissima. E la risposta, in questo modello, è: sì, sarai più te.
Il cambiamento terapeutico non consiste nel cancellare chi sei e ricominciare da zero. Consiste nel riappropriarti della tua storia — anche delle parti difficili, quelle che hai tenuto lontane — e nel trovare modi più flessibili di abitarla. In altre parole, portare alla consapevolezza quelle regole invisibili che governano la tua esperienza, in modo da non esserne più guidato inconsapevolmente, ma da poter scegliere.
Il risultato non è un sé “guarito” o “senza problemi”. È un sé che ha più strumenti per stare con sé stesso e con gli altri, che riconosce i propri segnali emotivi senza subirli passivamente, che può raccontare la propria storia con una prospettiva più ampia.
Un ultimo pensiero
Se stai leggendo questo articolo, probabilmente stai già facendo qualcosa di importante: stai cercando di capire. Stai ascoltando qualcosa che ti segnala che è il momento di guardare più in profondità.
Il percorso psicologico non è per chi è “rotto”. È per chi vuole capire la propria storia — e, da quella comprensione, ritrovare una maggiore libertà nel viverla.
Sono Elisa Rizzotti, psicologa e psicoterapeuta a Pordenone e Sacile. Lavoro con adulti, adolescenti e bambini con un approccio cognitivo costruttivista. Se vuoi sapere di più o prenotare un primo colloquio, puoi contattarmi attraverso la pagina dei contatti o scrivermi direttamente.
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