TESTIMONIANZA E MEMORIA AUTOBIOGRAFICA

memoria autobiografica

LA TESTIMONIANZA SECONDO LA PSICOLOGIA COGNITIVA

Quando pensiamo a una testimonianza, spesso la immaginiamo come un semplice racconto fedele di ciò che una persona ha vissuto. In realtà, secondo la psicologia cognitiva, le cose sono molto più complesse: testimoniare non significa riportare alla lettera un ricordo, ma piuttosto ricostruire un’esperienza attraverso vari passaggi mentali, ognuno dei quali può introdurre errori, filtri o distorsioni.

Dalla percezione alla narrazione: un percorso a ostacoli

La testimonianza prende forma nel momento in cui percepiamo un evento. Già questo primo passo, la percezione, non è un processo neutrale: ciascuno di noi interpreta la realtà attraverso i propri limiti sensoriali, neurologici e cognitivi, oltre che attraverso aspetti psicologici come aspettative, pregiudizi e stati emotivi.
In altre parole, non percepiamo mai “oggettivamente” un fatto, ma lo viviamo attraverso un filtro personale.

La memoria: non un archivio, ma una ricostruzione

Una volta vissuto, l’episodio viene immagazzinato nella memoria. Spesso immaginiamo la memoria come un hard disk o una videocamera che registra fedelmente gli eventi. In realtà, la ricerca scientifica dimostra che il ricordo è un processo dinamico, ricostruttivo e soggetto a errori.
Con il tempo, alcune informazioni vengono dimenticate (fenomeno dell’oblio), mentre altre vengono modificate, reinterpretate o addirittura sostituite da “riempitivi” che rendono il ricordo più coerente per chi lo narra. Questo spiega perché, a distanza di anni, due persone possano ricordare lo stesso evento in modi molto diversi.

Le distorsioni della memoria

Oltre al naturale deterioramento dei ricordi, la memoria è anche influenzata da fattori esterni: domande suggestive, aspettative sociali, pressioni emotive o persino racconti ascoltati successivamente possono alterare radicalmente ciò che crediamo di ricordare. Non si tratta di “bugie intenzionali”, ma di veri e propri processi cognitivi che trasformano il ricordo originale.

Il momento della testimonianza

La testimonianza non è un racconto libero e spontaneo: richiede al soggetto di tradurre le proprie esperienze in linguaggio, semplificando e generalizzando le informazioni. Inoltre, la dinamica con l’interrogante non è mai neutrale: domande, chiarimenti e modalità di conduzione dell’intervista influenzano il modo in cui i ricordi vengono espressi. È corretto, quindi, considerare la testimonianza come un processo interattivo e bidirezionale, non come un semplice “deposito di informazioni”.

La memoria autobiografica secondo i modelli costruttivisti

Negli ultimi decenni la memoria autobiografica è stata studiata attraverso modelli più complessi, che la descrivono come un processo costruttivo, utile non solo a ricordare il passato ma anche a dare coerenza e significato alla nostra identità.

Il Self Memory System

Uno dei modelli più accreditati è il Self Memory System (Conway & Pleydell-Pearce, 2000). Secondo questo approccio, i ricordi autobiografici non sono semplici registrazioni, ma rappresentazioni mentali temporanee e dinamiche che si intrecciano con:

  • le conoscenze semantiche che ciascuno ha di sé,
  • il proprio sistema motivazionale,
  • il bisogno di mantenere stabilità nell’immagine personale.

Così, la memoria autobiografica non solo ricorda, ma costruisce e ricostruisce continuamente il “sé”.

Una struttura gerarchica dei ricordi

I ricordi sono organizzati in modo gerarchico. Alla base troviamo le esperienze specifiche (event-specific knowledge), collegate poi a categorie più ampie come periodi di vita (“l’epoca dell’università”, “gli anni dell’infanzia”) e a eventi generali che definiscono la nostra storia personale.
Questo intreccio crea delle vere e proprie “mini-narrazioni”, inserite all’interno della storia di vita complessiva (Life Story Schema).

Il ruolo delle narrazioni

Per dare senso agli episodi autobiografici, la mente umana collega i ricordi attraverso relazioni temporali (“quello è successo prima di…”), causali (“quell’esperienza mi ha portato a…”) e culturali (cosa è considerato normale o significativo in una data società). Questo processo, definito ragionamento autobiografico, è fondamentale per costruire la continuità del sé e per interpretare le esperienze di vita.

Conclusioni

La testimonianza, per la psicologia cognitiva, non è mai una semplice cronaca degli eventi, ma un processo ricco, complesso e soggetto a distorsioni. Allo stesso modo, la memoria autobiografica non si limita a custodire i ricordi, ma li rielabora costantemente per costruire senso, identità e coerenza narrativa.
Comprendere questi meccanismi ci aiuta a guardare alla memoria non più come a un “archivio” fedele, ma come a una funzione vitale, dinamica e inevitabilmente interpretativa.

  • Conway MA, Pleydell-Pearce CW. The construction of autobiographical memories in the self-memory system. Psychol Rev. 2000 Apr;107(2):261-88. 
  • Conway, M. A., Singer, J. A., & Tagini, A. (2004). The self and autobiographical memory: Correspondence and coherence. Social Cognition, 22(5), 491–529.
  • Goldstone, R. L., & Barsalou, L. W. (1998). Reuniting perception and conception. Cognition, 65(2-3), 231–262.
  • Haque, S., & Conway, M. A. (2001). Sampling the process of autobiographical memory construction. European Journal of Cognitive Psychology, 13(4), 529 –547
  • Conway, M. A. (2005). Memory and the self. Journal of Memory and Language, 53(4), 594–628.
  • Habermas, T., & Bluck, S. (2000). Getting a life: The emergence of the life story in adolescence. Psychological Bulletin, 126(5), 748–769.

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ATTRAVERSARE L’OMBRA: COME PARLARE AI BAMBINI DELLA MALATTIA ONCOLOGICA DEI GENITORI

Parlare ai bambini e ai ragazzi della malattia degli adulti

Il progetto “Attraversare l’ombra. Parlare ai bambini e ai ragazzi della malattia degli adulti” nasce con l’obiettivo di supportare genitori e professionisti nel difficile compito di spiegare ai più piccoli la malattia oncologica di un familiare. Comunicare il tumore a bambini e adolescenti è infatti un momento delicato e spesso carico di paure e resistenze, ma fondamentale per il benessere emotivo dell’intero nucleo familiare.

Perché è importante comunicare il tumore ai bambini

Molte famiglie tendono a non informare i figli quando un genitore o un adulto significativo si ammala di tumore. Questo silenzio, sebbene mosso dall’intento di proteggere, può avere conseguenze negative. Gli esperti sottolineano che il mancato coinvolgimento dei minori porta spesso a:

  • peggioramento del clima familiare,
  • isolamento dei membri della famiglia,
  • difficoltà comunicative che generano un contesto paradossale in cui tutti sanno, ma nessuno parla,
  • aumento del disagio psicologico nei figli, con ripercussioni anche a lungo termine.

Il tentativo di “fare finta che nulla stia accadendo” mina la fiducia e ostacola la capacità dei bambini di elaborare ciò che percepiscono. L’esclusione, inoltre, indebolisce il ruolo genitoriale e rende più difficile la gestione della quotidianità familiare.

Il ruolo dei professionisti

Oltre ai genitori, anche psicologi, insegnanti, oncologi, pediatri e altri professionisti si trovano spesso a supportare bambini e famiglie nella comunicazione legata alla malattia oncologica. Per questo motivo è necessario fornire strumenti e strategie utili a chi accompagna i piccoli in questo percorso di comprensione ed elaborazione.

Il progetto “Attraversare l’ombra”

Questa iniziativa è stata realizzata dal CRO di Aviano, attraverso la Biblioteca Pazienti, in collaborazione con l’associazione Angolo OdV e la Biblioteca Comunale di Aviano. Dopo una prima edizione di successo, il progetto è stato riproposto con nuove prospettive e strumenti di lavoro.

Il convegno “Attraversare l’ombra” si è tenuto al Campus del CRO Aviano il 5 settembre 2023, con l’intervento di diversi esperti che hanno condiviso esperienze e riflessioni per favorire un dialogo aperto e consapevole sul tema.

Il libro: un aiuto per genitori e professionisti

Dal progetto è nato il libro “Attraversare l’ombra. Parlare ai bambini e ai ragazzi della malattia degli adulti”, che rappresenta un vero e proprio strumento di supporto. Il volume raccoglie:

  • una selezione di libri per l’infanzia adatti ad affrontare con parole semplici il tema della malattia,
  • contributi di professionisti che hanno maturato esperienza nell’ambito della psiconcologia e della comunicazione familiare,
  • un approfondimento personale che ho curato, dedicato al ruolo della malattia oncologica all’interno del sistema familiare.

Il libro si rivolge a genitori, insegnanti, professionisti della salute e a chiunque desideri affrontare l’argomento in maniera chiara e rispettosa, con l’aiuto del linguaggio narrativo e delle storie.

Conclusioni

Parlare ai bambini della malattia oncologica di un genitore non significa appesantirli, ma accompagnarli con strumenti adeguati alla loro età e sensibilità. Progetti come Attraversare l’ombra e testi dedicati al tema rappresentano un’opportunità per non lasciare soli i più piccoli in un momento tanto complesso, rafforzando al contempo il legame familiare e la resilienza.

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IL CONTAGIO DICHIARATIVO

Cosa si intende quando si parla di contagio dichiarativo nell’ambito della psicologia della testimonianza?

Introduzione

Quando i testimoni parlano tra loro sugli stessi avvenimenti, il ricordo individuale dell’evento può cambiare. Ogni testimone, infatti, tende ad assorbire le informazioni raccontate dagli altri, modificando il proprio ricordo fino a costruire una versione che si discosta dai fatti realmente accaduti. In alcuni casi, l’oratore induce nell’ascoltatore la formazione di un ricordo falso, cioè di qualcosa che non ha mai vissuto; in altri casi, chi racconta gli eventi modifica la memoria dell’ascoltatore, imponendo una versione alternativa di ciò che egli ha effettivamente sperimentato.

Alcuni studi scientifici

Il fenomeno del contagio dichiarativo si verifica con maggiore frequenza di quanto si possa pensare. Uno studio di Gabbert et al. (2003) ha mostrato che, dopo aver visto filmati di reati con differenze chiave, i partecipanti che discutevano con un co-testimone riportavano ricordi distorti. Ben il 71% dei soggetti inseriva nella propria rievocazione dettagli inesatti, influenzati dalle informazioni ricevute dall’altro. Un’altra ricerca di Lindsay et al. (2004) ha dimostrato che è possibile impiantare falsi ricordi in circa il 30% dei partecipanti, semplicemente attraverso storie inventate e raccontate da parenti. Questi dati evidenziano come l’influenza sociale e la comunicazione tra testimoni possano compromettere l’accuratezza della memoria e incrementare il rischio di costruire ricordi falsi.

Lo studio di Roediger (2001) mette in evidenza in modo chiaro il fenomeno del contagio dichiarativo. Ai partecipanti veniva chiesto di ricordare alcune fotografie già viste, svolgendo un compito di recupero collaborativo con un complice degli sperimentatori. A turno, i due rievocavano gli oggetti presenti nelle scene: mentre la maggior parte dei ricordi del complice era corretta, egli inseriva volutamente alcuni dettagli non presenti nelle foto.

Dopo una breve pausa, ai soggetti veniva chiesto di ripetere il test in modo individuale. I risultati hanno mostrato che i partecipanti avevano incorporato nei propri ricordi anche gli errori introdotti dal complice, arrivando a ricordare falsamente oggetti mai apparsi nelle scene.

Questo effetto si spiega attraverso il meccanismo di monitoraggio della fonte: più le dichiarazioni del complice somigliano alla scena originale, più aumenta la probabilità di contagio sociale della memoria. Al contrario, se i suggerimenti sono molto diversi o poco plausibili, l’effetto di contagio risulta meno probabile.

Numerose ricerche hanno analizzato il fenomeno del contagio dichiarativo nei contesti comunicativi, studiando come la conversazione di gruppo possa influenzare il ricordo individuale. In questi studi si confrontano i ricordi riportati dai partecipanti prima della discussione con quelli rievocati dopo aver parlato insieme. I risultati mostrano che l’effetto del contagio dichiarativo è più intenso in alcune condizioni specifiche:

  • quando la conversazione avviene con una persona familiare piuttosto che con uno sconosciuto;
  • quando tre o più individui suggeriscono lo stesso ricordo;
  • quando l’informazione errata è introdotta da chi guida la conversazione o assume il ruolo di narratore.

Il fenomeno del contagio dichiarativo si verifica anche con i ricordi autobiografici. Nello studio di Harris (2017), l’interazione sociale tra partecipante e complice dello sperimentatore ha introdotto nuovi dettagli nel ricordo individuale dei partecipanti:

  • un terzo dei partecipanti ha ricordato un nuovo dettaglio suggerito dal complice dello sperimentatore
  • dopo aver ascoltato i ricordi del complice dello sperimentatore, quasi tutti i partecipanti hanno ricordato i dettagli di quanto riportato.

In questo caso, è interessante il fatto che anche sentire un’altra persona descrivere il proprio ricordo per un evento non condiviso, senza implicare che questo fosse correlato all’esperienza del partecipante, ha influenzato il ricordo dello stesso.

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Cuc A, Ozuru Y, Manier D, Hirst W. (2006). The transformation of collective memories: studies of family recounting. Memory & Cognition. 34:752–62

Gabbert F, Memon A, Allan K. 2003. Memory conformity: Can eyewitnesses influence each other’s memories for an event? Applied Cognition. Psychology 17:533–44

Harris, C.B., Barnier, A. J. & Sutton, J (2017). Social Contagion of Autobiographical Memories. Journal of Applied Research in Memory and Cognition 6, 319–327

Lindsay DS, Hagen L, Read JD, Wade KA, Garry M. 2004. True photographs and false memories. Psychol. Sci. 15:149–54.

Peker M, Tekcan AI. (2009). The role of familiarity among group members in collaborative inhibition and social contagion. Soc. Psychol. 40:111–18

Roediger, H. L., Meade, M. L., & Bergman, E. T. (2001). The social contagion of memory. Psychonomic Bulletin & Review, 8, 365- 371

Roediger, H. L. & Meade, M. L. (2002). Explorations in the social contagion of memory. Psychonomic Memory & Cognition, 30 (7), 995-100

Roediger, H. L. & Meade, M. L. (2002). Explorations in the social contagion of memory. Psychonomic Memory & Cognition, 30 (7), 995-1009

V CONVEGNO NAZIONALE DI PSICOLOGIA GIURIDICA

Il 12 – 13 -14 maggio 2023 si terrà il V CONVEGNO NAZIONALE DI PSICOLOGIA GIURIDICA a Milano. Nella giornata di giovedì 12 maggio 2023 dalle ore 14.30 terrò un intervento nell’ambito della psicologia della testimonianza ed in particolare parlerò di alcuni recenti sviluppi scientifici relativi al sviluppo di falsi ricordi.

Il mio intervento sui falsi ricordi

La controversia sull’autenticità dei ricordi repressi (o dissociati) di esperienze traumatiche coinvolge ormai da molto tempo psicologi e psichiatri. Tale dibattito nasce dal fatto che alcuni clinici presumono che i sintomi psichiatrici possano originarsi da ricordi repressi di traumi e diffondo l’importanza di scoprirli ed elaborarli attraverso la psicoterapia affinché possa avvenire la guarigione. Dall’altro lato, diversi studiosi hanno messo in dubbio l’accuratezza dei ricordi che sarebbero stati scoperti o de-repressi in psicoterapia e hanno messo in luce come tali metodi favoriscano l’emergere di falsi ricordi di esperienze traumatiche.

Nel suo recente contributo McNally riporta l’attenzione a questa controversia ancora attuale. descrivendo alcuni esperimenti condotti nel corso degli anni dal suo gruppo di ricerca al fine di testare alcune ipotesi pertinenti sia ai ricordi repressi che allo sviluppo di falsi ricordi a seguito del tentativo di recupero degli stessi.

La ricerca di psicologia sperimentale cognitiva ha fornito alcune prove coerenti con la propensione allo sviluppo di falsi ricordi come ad esempio la difficoltà a distinguere i ricordi di cose percepite da cose immaginate nelle persone che riportano ricordi recuperati di abusi sessuali infantili; tuttavia, non è riuscita a confermare la maggiore propensione a dimenticare le informazioni traumatiche in questi individui. McNally esplora inoltre come ad oggi sembrerebbe esserci poco interesse per i ricordi dissociati del trauma tra gli scienziati clinici mentre questa tematica sembrerebbe essere più permeante nella popolazione generale. Probabilmente i mass media contribuiscono a diffondere credenze sul trauma e sulla memoria che sono in contrasto con la scienza.

McNally R. J (2023). The Return of Repression? Evidence From Cognitive Psychology. Topics in Cognitive Science 00 (2023) 1–14.

Trovate il riassunto del mio intervento nella rivista Psicologia&Giustizia

Per maggiori dettagli sull’evento puoi visitare questa pagina.

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“RIMASTICARE IL PASSATO” (Evento online)

Il 27 Aprile 2023 alle ore 18.30 si terrà online l’incontro informativo sui pensieri ruminativi intitolato “Rimasticare il passato”.

La ruminazione

La ruminazione rappresenta uno stile di pensiero che consiste nel “focalizzarsi passivamente e ripetutamente sui sintomi della propria sofferenza e sulle situazioni che li generano” (Nolen-Hoeksema, 2000; Beck, 1967). In altre parole, secondo Susan Nolen-Hoeksema (Nolen-Hoeksema & Morrow, 1991) l’attività ruminativa può essere descritta come un insieme di “pensieri e comportamenti che mettono a fuoco l’attenzione dell’individuo depresso sui suoi sintomi, sulle cause possibili e le conseguenze di quei sintomi”, favorendo in tal modo lo sviluppo di un umore depresso.

La ruminazione è caratterizzata da una eccessiva focalizzazione attentiva su sintomi negativi che sostiene un pensiero pessimista in grado di ostacolare la produzione di soluzioni e di ridurre la motivazione ad attuarle. Secondo questa prospettiva, quindi, la ruminazione depressiva porterebbe alla depressione attraverso un incremento dell’umore negativo e del pensiero ripetitivo, interferendo così con i comportamenti funzionali.

Esiste un ampio numero di studi su ruminazione secondo i quali chi tende alla ruminazione presenta livelli più alti di sintomi depressivi nel corso del tempo (Nolen-Hoeksema e Morrow, 1991; NolenHoeksema, Morrow, e Fredrickson, 1993; Carver e Scheier, 1990) tende a dare valutazioni sul futuro e su di Sé più negative (Lyubomirsky et al., 1995); ha scarso problem-solving e scarse abilità di coping (Morrow e Nolen-Hoeksema, 1990) facendo quindi più difficoltà ad affrontare le sfide della quotidianità e i momenti stressanti.

Uno stile di pensiero volto alla ruminazione è un fattore coinvolto nello sviluppo e nel mantenimento di un umore depresso. Questo breve incontro intende fornire alcune nozioni sui pensieri ruminativi e su come poterli affrontare.

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BONUS PSICOLOGO STUDENTI FVG

bonus psicologo fvg

Il Bonus Psicologo Studenti FVG è un contributo regionale, destinato agli studenti iscritti alle scuole secondarie di primo o secondo grado appartenenti al sistema pubblico e privato di istruzione, a sollievo degli oneri per attività di consulenza e supporto psicologico.

Il Bonus Psicologo Studenti FVG si applica ad un ciclo completo di 5 sedute individuali di consulenza psicologica. Il bonus ammonta a 225 euro e copre il 90% del costo complessivo del ciclo di sedute. Resta a carico della famiglia la quota di euro 25,00, corrispondente a euro 5,00 per ogni seduta.

Questo contributo regionale rappresenta un’opportunità rivolta ai giovani per permettere loro di rendersi protagonisti del loro benessere e per aiutarli nell’intraprendere percorsi di vita soddisfacenti, ricchi e gratificanti.

Maggior informazioni e aggiornamenti al sito ARDISS

Per conoscere i miei sevizi puoi visitare questa pagina. Mi trovate online o presso il mio studio privato a Pordenone.

“L’ANSIA E IL RIMUGINIO” (Evento online)

ansia e rimuginio

Il 24 Gennaio 2023 alle ore 18.30 si terrà online l’incontro informativo “l’ansia e il rimuginio”.

L’ansia e il rimuginio

L’ansia è un emozione caratterizzata da aspetti psicologici (come sensazioni di tensione, minaccia, preoccupazioni costanti) e modificazioni fisiche (come aumento del battito cardiaco). Nello specifico, l’APA la descrive come: “L’anticipazione apprensiva di un pericolo o di un evento negativo futuro accompagnato da sentimenti di disforia o da sintomi fisici di tensione. Gli elementi esposti al rischio possono appartenere sia al mondo interno che a quello esterno (APA, 1994 cit. in Franceschina et al., 2004).

Generalmente, le persone che sperimentano eccessivi livelli di ansia spendono molto del loro tempo in un’attività specifica: il rimuginio. Il rimuginio è una catena di pensieri che intrappola la nostra attenzione, ci isola dentro la nostra mente e ci tiene ancorati all’ansia rendendola persistente. In termini più tecnici, rimuginare significa preoccuparsi delle cose negative che potrebbero capitare in futuro e riflettere continuamente (in modo analitico e ripetitivo) sugli aspetti negativi della propria esistenza.

Uno stile di pensiero volto al rimuginio è un fattore di mantenimento di sintomi ansiosi. Questo breve incontro intende fornire alcune nozioni sui pensieri negativi ricorrenti e su come poterli affrontare.

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LA RIPETIZIONE DEL RACCONTO

ripetizione del racconto

Quali sono gli effetti della ripetizione del racconto di un ricordo autobiografico sulla memorizzazione dello stesso? Implicazioni nel contesto forense

Introduzione

La ricostruzione del numero e della tipologia di ripetizioni di un racconto è importante al fine di valutare gli effetti che tali ripetizioni hanno sul ricordo originario dell’evento o dell’esperienza. È ampiamente dimostrato da diverse ricerche scientifiche come la ripetizione del ricordo e le modalità con cui essa avviene vada ad influenzare e modificare il ricordo stesso.

Tre possibili effetti della ripetizione del racconto

La memoria è un processo cognitivo affascinante ma allo stesso tempo inaffidabile e malleabile. Nel tempo, i ricordi possono sbiadire, modificarsi o essere influenzati dalle informazioni ricevute dagli altri.

Secondo Hirst ed Echterhoff (2012), la ripetizione dei ricordi può avere tre effetti principali:

  • rafforzamento dei ricordi esistenti;
  • dimenticanza di una parte del contenuto originario;
  • alterazione o addirittura impianto di nuovi ricordi.

Ripetere un ricordo contribuisce a consolidarlo e a ridurre gli effetti dell’oblio, ma questo vale sia per le informazioni corrette sia per eventuali errori, che finiscono così per entrare stabilmente nella memoria. Tale fenomeno riguarda sia gli adulti sia i testimoni minori: ad esempio, un bambino che inserisce dettagli errati nel racconto tende, con ogni ripetizione, a consolidare sempre più la distorsione.

Allo stesso tempo, i dettagli che non vengono ripetuti tendono a scomparire dalla memoria. La probabilità di dimenticanza è maggiore se i ricordi non ripetuti sono semanticamente collegati a quelli menzionati, mentre diminuisce per i dettagli non collegati. Ciò avviene perché, quando si cerca di recuperare un’informazione specifica, le altre ad essa associate si attivano: per favorire il ricordo corretto, il cervello sopprime gli elementi collegati. C’è quindi una maggiore probabilità di dimenticare le parti del ricordo che non vengono ripetute ma che però sono associate ad esse, mentre questa probabilità è minore per le parti del ricordo che non vengono ripetute ma che non sono nemmeno associate a quanto detto. A lungo termine questa inibizione causerebbe una vera e propria dimenticanza.

La ripetizione del racconto nel contesto comunicativo

Molto spesso l’atto del ricordare si verifica all’interno di un ambiente comunicativo. Il fatto di raccontare e di raccontare ad altri, quindi comunicare, comporta già di per sé una rielaborazione e una modifica del ricordo.

Lo studio di Marsh (2007)

A tal proposito Marsh (2007) distingue il recalling, situazione in cui una persona cerca di ricordare, recuperando il più precisamente possibile le informazioni, dal retelling in cui una persona adatta ciò che ricorda a chi ha di fronte. Più precisamente quando l’obiettivo è fornire delle informazioni, le persone tendono ad essere più dettagliate nel racconto. Ad esempio, quando un minore racconta in una situazione formale come potrebbe essere un incidente probatorio, si concentra sulla descrizione accurata di quanti più dettagli possibili sull’evento perché in quella specifica situazione l’obiettivo è quello di fornire delle informazioni precise. Al contrario, quando il minore descrive l’evento ad un familiare, può minimizzare o enfatizzare alcuni aspetti dell’evento facendosi anche veicolare dalle aspettative dell’interlocutore.

Lo studio di Fagin, Cyr e Hirst (2015)

La conversazione con altre persone non è mai neutrale: il ricordo dell’esperienza tende a modificarsi perché il narratore, spesso in modo inconsapevole, adatta la propria narrazione all’interlocutore.

Uno studio di Fagin, Cyr e Hirst (2015) ha evidenziato che, quando si discute di eventi passati, le persone tendono a trasformare il racconto per rispecchiare gli atteggiamenti o le aspettative del loro pubblico. Per esempio, una persona può descrivere positivamente un soggetto quando sa che all’ascoltatore quel soggetto è simpatico, e negativamente se l’ascoltatore prova antipatia. Col tempo, questi racconti distorti diventano parte integrante della memoria: non solo il ricordo viene alterato, ma anche la percezione stessa del narratore si allinea alla versione modificata della storia. Questo meccanismo è particolarmente rilevante nei contesti familiari, come quando un bambino racconta per la prima volta un evento ai propri genitori. In tali situazioni, il ricordo del minore può modellarsi in base agli atteggiamenti o alle aspettative dei genitori. L’esperienza narrata si trasforma, e le ripetizioni successive del racconto consolidano inevitabilmente questa distorsione.

Ripetizione del racconto e l’intervento degli interlocutori

Quando un testimone ripete il proprio ricordo ad altri, gli interlocutori possono inserire domande, chiarimenti o valutazioni personali. Questi interventi, però, non sempre aiutano: al contrario, possono contribuire a rendere la memoria meno accurata. Uno studio di London et al. (2009) ha dimostrato che le distorsioni dovute alla combinazione di domande suggestive e ripetizione del racconto possono persistere anche a distanza di un anno dall’evento originale. In pratica, le domande formulate in modo suggestivo tendono a indurre errori, e la reiterazione della narrazione amplifica ulteriormente tali distorsioni. Questo significa che chi domina la conversazione, come ad esempio un genitore, può guidare (anche inconsapevolmente) il ricordo di un giovane testimone, orientandolo verso alcuni dettagli e facendone dimenticare altri, semplicemente attraverso il modo in cui le domande vengono poste.

Ripetizione del racconto e la narrazione

Le narrazioni rendono più facile alle persone costruire informazioni sull’evento, tali informazioni verranno elaborate in modo più fluido, verranno percepite come più familiari e avranno maggiori probabilità di essere scambiate per un’esperienza reale. I ricercatori sono diventati sempre più consapevoli della natura narrativa delle nostre esperienze personali. Una narrazione, vera o falsa che sia, ha con uno scopo e racconta una storia. In sintesi, le persone arrivano a ricordare e credere a ciò che hanno detto piuttosto che a ciò che hanno vissuto. Pertanto, le ripetizioni del racconto che i minori fanno sul loro abuso modelleranno i loro ricordi di quelle esperienze.

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Tversky B., Marsh E.J. (2000), Biased retellings of events yield biased memories, Cognitive Psychology, 40, 1-38. doi: 10.1006/cogp.1999.0720 54 Conway, M. A., & Pleydell-Pearce, C. (2000). The construction of autobiographical memories in the self-memory system. Psychological Review, 107, 261–288. DOI:10.1037/0033-295X.107.2.261.

Hirst, W., & Echterhoff, G. (2012). Remembering in conversations: The social sharing and reshaping of memory. Annual Review of Psychology, 63, 55–79 56 Connolly, D. A., and Price, H. L. (2006). Children’s suggestibility for an instance of a repeated event versus a unique event: The effect of degree of association between variable details. Journal of Experimental Child Psychology, 93(3), 207-223. 45

M. M. Fagin, T. G. Cyr & W. Hirst (2015). The Effects of Communicative Source and Dynamics on the Maintenance and Accessibility of Longer-term Memories: Applications to Sexual Abuse and Its Public Disclosure. Applied Cognitive Psychology, 29: 808–819 63

Melnyk, L., and Bruck, M. (2004). Timing moderates the effects of repeated suggestive interviewing on children’s eyewitness memory. Applied Cognitive Psychology: The Official Journal of the Society for Applied Research in Memory and Cognition, 18(5), 613-631 64 London,

K., Bruck, M., and Melnyk, L. (2009). Post-event information affects children’s autobiographical memory after one year. Law and Human Behavior, 33(4), 344-355 47

Cuc, A., Ozuru, Y., Manier, D., & Hirst, W. (2006). On the formation of collective memories: The role of a dominant narrator. Memory & Cognition, 34, 752–762. DOI:10.3758/BF03193423

Finlay, F., Hitch, G. J., & Meudell, P. R. (2000). Mutual inhibition in collaborative recall: Evidence for a retrieval-based account. Journal of Experimental Psychology. Learning, Memory, and Cognition, 26, 1556–1567.

Barber, S.J., (2015). Memory for Childhood Sexual Abuse Can Be Shaped by Social Conversations: A Commentary on Fagin, Cyr, and Hirst. Applied Cognitive Psychology, 29: 820–822

Hirst, W., Phelps, E. A., Meksin, R., Vaidya, C. J., Johnson, M. K.,

Mitchell, K. J., … & Olsson, A. (2015). A ten-year follow-up of a study of memory for the attack of September 11, 2001: Flashbulb memories and memories for flashbulb events. Journal of Experimental Psychology. General, 144, 604–623

Garry, M. & Wade, K.A. (2005). Actually, a picture is worth less than 45 words: Narratives produce more false memories than photographs do. Psychonomic Bulletin & Review 2005, 12 (2), 359-366 48

“PARLARE AI PICCOLI DELLA MALATTIA DEI GRANDI”

PARLARE AI PICCOLI DELLA MALATTIA DEI GRANDI

Il progetto “Parlare ai piccoli della malattia dei grandi” è stato creato per supportare i genitori nel difficile momento della comunicazione ai figli della propria condizione tumorale.

Il cancro in famiglia

L’insorgenza di una malattia oncologica non riguarda solo il paziente, ma coinvolge profondamente la sua famiglia. Il tumore infatti modifica le dinamiche e la struttura familiare, influenzando ruoli, attribuzioni, conflitti, la relazione di coppia e il rapporto genitori-figli.

La letteratura scientifica mostra come, nei pazienti oncologici e nei loro familiari, si verifichino cambiamenti significativi negli stili comunicativi. Spesso aumentano le difficoltà di dialogo e possono emergere dinamiche disorganizzate, invischianti o, al contrario, forme di isolamento dei membri.

Uno degli aspetti più delicati del percorso di cura riguarda la comunicazione della diagnosi di tumore all’interno della rete familiare, soprattutto quando si tratta di parlarne con i figli. Questo tema rappresenta una delle criticità più rilevanti per chi affronta una diagnosi oncologica. Nei Paesi occidentali, infatti, oltre un quarto dei pazienti oncologici ha figli minorenni al momento della diagnosi.

La comunicazione della malattia oncologica ai figli

Molte persone con una diagnosi di tumore tendono a non informare i propri figli, siano essi bambini o adolescenti, riguardo alla malattia. Tuttavia, gli esperti sottolineano come l’esclusione dei figli dalle dinamiche legate al tumore possa avere conseguenze negative sul benessere familiare.

Il silenzio e il tentativo di comportarsi “come se nulla fosse” peggiorano il clima relazionale, favorendo isolamento e incomunicabilità. Si genera così una situazione paradossale in cui tutti i membri della famiglia sono consapevoli della malattia, ma nessuno riesce a parlarne apertamente. Questo aumenta il disagio non solo nei figli, ma anche nell’intero nucleo familiare.

La mancanza di comunicazione riduce le capacità di gestione del contesto familiare e può compromettere il ruolo genitoriale. Nei figli, l’esclusione rispetto alla malattia del genitore alimenta infatti un crescente disagio psicologico, con possibili conseguenze a lungo termine.

Il progetto “Parlare ai piccoli della malattia dei grandi”

L’obiettivo generale  del progetto è stato quello di fornire un supporto e una guida ai genitori nel difficile momento comunicativo della propria malattia oncologica ai figli. Gli obiettivi specifici prevedevano:

  1. Informare circa le dinamiche familiari e ai processi comunicativi nelle famiglie con pazienti oncologici
  2. Acquisire una maggiore consapevolezza delle emozioni provate nella quotidianità a seguito della diagnosi
  3. Acquisire tecniche e strategie di gestione delle emozioni
  4. Acquisire strategie pratiche e strumenti utili per stabilire una comunicazione semplice e chiara ma aperta al futuro.

Il progetto ha dato spazio alla letteratura per l’infanzia che è stata integrata con le indicazioni teorico – pratiche fornite da personale esperto (oncologi, pediatri, psciologi, bibliotecarie..) . Il linguaggio di parole, immagini e suoni dei libri per l’infanzia permette di sintonizzarsi con la lunghezza d’onda dei bambini e degli adolescenti. L’utilizzo di questo strumento, che suggerisce storie, parole ed immagini, consente al paziente di mantenere il proprio ruolo genitoriale occupandosi in prima persona della comunicazione, ma al contempo di sentirsi sostenuto. I libri, inoltre, permettono che il momento comunicativo avvenga a casa in un contesto familiare protetto per il bambino.

Il progetto è stato pensato per i genitori ma si è rivolto anche alle altre persone significative per i bambini nel caso della malattia di un adulto (familiari, insegnanti, …).

Il progetto “Comunicare ai piccolo la malattia dei grandi” è stato realizzato grazie alla preziosa collaborazione con l’associazione ANGOLO OdV di Aviano, con la Biblioteca Civica di Aviano e con la Biblioteca Pazienti del CRO. L’idea nasce da una discussione nella lista di “Nati per leggere”(NPL) in cui si faceva richiesta di libricini che aiutino ad affrontare con i bambini il tema della malattia oncologica dei familiari.

Per conoscere i miei sevizi puoi visitare questa pagina.

CHI E’ LO PSICOLOGO FORENSE?

Chi è lo psicologo forense?

LA PSICOLOGIA FORENSE

La psicologia giuridica è un settore della psicologia applicata che si occupa di tutte le problematiche psicologiche che insorgono nella pratica giudiziaria. In altre parole la psicologia giuridica rappresenta il punto di incontro tra psicologia e diritto. Può essere considerata come una macrodisciplina che comprende al suo interno diversi settori tra cui la psicologia forense. Quest’ultima indaga i fattori psicologici rilevanti ai fini della valutazione giudiziaria.

Entrando più nello specifico, il compito dello psicologo forense all’interno di un procedimento giudiziario è quello di apportare alla contesa giuridica il sapere scientifico al fine di contribuire a trovare una soluzione proprio grazie all’apporto di un sapere tecnico.

La scienza entra nel processo nel momento in cui è “necessaria un’indagine che richieda particolari cognizioni in determinate scienze o arti o particolari competenze tecniche”, ovvero quando le nozioni
tecnico – scientifiche risultano essere delle premesse logicamente necessarie per la soluzione di una questione giuridica proprio perché il “sapere comune” non è sufficiente alla risoluzione del problema giuridico. La prova scientifica esclude l’impiego delle massime di esperienza e fa sì che l’accertamento giurisdizionale sia determinato attraverso il mezzo tecnico. Lo psicologo è chiamato nel processo proprio per esprimere valutazioni o per raccogliere dati non acquisibili con le competenze comuni: a lui è assegnato il compito di estendere la conoscenza processuale oltre il limite raggiungibile con le ordinarie competenze cognitive.

LO PSICOLOGO FORENSE IN TRIBUNALE

COLLABORA CON: Forze dell’Ordine, Avvocati/PM, Giudici, …

PRENDENDO PARTE A procedimenti giudiziari civili e/o penali in diverse fasi

ASSOLVE A DIVERSI INCARICHI QUALI:

  • Assistere i minori in sede di incidente probatorio o audizione protetta
  • Valutazione delle capacità genitoriali in casi di separazione/divorzio
  • Valutazione del danno
  • Valutazione della capacità a rendere testimonianza nel minore e nell’adulto
  • Valutazione della capacità di intendere e volere
  • …..e molti altri!

LO PSICOLOGO FORENSE FUORI DAL TRIBUNALE

SI OCCUPA DI FORNIRE PERCORSI PSCIOLOGICI PER

  • Autori di reato
  • Vittime di reato
  • Persone coinvolte in procedimenti giudiziari penali o civili ancora in atto o conclusi
  • Familiari di persone detenute o coinvolte in procedimenti giudiziari penali o civili

Guidandoli nell’elaborazione dell’evento e aiutandoli ad individuare la strada per poter gestire la sofferenza o malessere che ne deriva cercando di raggiungere un maggior equilibrio.

  • Voce Consulenza tecnica, in Le Grazantine. Enciclopedia del diritto, III ed., Garzanti, Milano, 2009
  • Sammicheli, L. (2019). La perizia psicologica. Prospettive e metodi in psicologia e psicopatologia forense. Il Mulino, Bologna.

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